Giornalismo, la schiavitù della corporazione

C’è davvero un motivo per parlare di ‘schiavitù dei giornalisti’, come fa il presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Iacopino? La risposta è no. Descrivere la situazione di molti giovani precari italiani in termini di ‘sfruttamento da parte dei padroni’, è d’altronde facile propaganda a buon mercato per un’istituzione – l’ordine dei giornalisti – che in realtà concorre a generare il precariato italiano, proteggendo uno status quo corporativo in cui editori, sindacati, e gli stessi giornalisti non precari sono solidali nel mantenere i loro privilegi. Questo status quo è economicamente insostenibile, altamente inefficiente e dannoso per la qualità dell’informazione. Soprattutto, ostacola l’affermazione di nuove realtà e la creazione di nuove opportunità di lavoro, condannando i giovani giornalisti alla condizione del precariato sottopagato.

Capire le ragioni del ‘precariato da schiavi’ in Italia è semplice. Bisogna partire dai conti del ragioniere: il rapporto tra costi di produzione di un qualsiasi contenuto giornalistico e i ricavi che esso può generare è insostenibile,  a spanne qualcosa come 10 a 5 se va bene.

E’ uno squilibrio che interessa l’attività giornalistica in tutto il mondo, per via di internet. Ma laddove in altri Paesi – nel mondo anglosassone, ma anche in Germania o in Francia – l’editoria ha iniziato ad adattarsi al nuovo contesto – vecchie imprese e modelli editoriali spariscono, e vengono sostituiti da nuove realtà capaci di produrre ricavi a costi sostenibili, in Italia ciò non avviene, salvo casi sporadici. A impedirlo due fattori: la natura politica e parapolitica dell’editoria italiana da un lato, il carattere sindacale-corporativo e autoreferenziale della categoria dei giornalisti dall’altro.

I costi dell’attività giornalistica ‘legale’ in Italia sono insostenibili. E’ il segreto di Pulcinella: il contratto di assunzione prevede costi minimi lato azienda di 4mila euro al mese, che gli scatti di anzianità portano dopo pochi mesi a lievitare sopra i 5mila euro al mese. Posto che i ricavi, come detto, sono bassissimi, per la maggior parte delle aziende editoriali spese simili significano una cosa sola: portare i libri in tribunale.

I media più grandi – i grandi giornali, le grandi agenzie di stampa – riescono a mantenere strutture redazionali dai costi insostenibili perché sono sussidiati, in senso lato, o da privati, in genere grandi portatori di interesse privati, disposti a farsi carico delle perdite (anche se con sempre maggior insofferenza) data l’influenza politica delle testate, o dal governo, in varie forme dirette o indirette.

Ma i sussidi, si sa – pubblici o privati che siano – sono incentivi sbagliati che fanno degradare l’efficienza di una qualsiasi attività produttiva. Nel caso dei media, essi distolgono i giornalisti e le aziende editoriali dall’obiettivo di realizzare prodotti giornalistici capaci di intercettare una domanda effettiva – e dunque fare buona informazione – e li incentivano invece a diventare ottimi scrivani dediti a promuovere le cause del padrone o del politico di turno al governo. Più che di schiavitù, Iacopino, bisognerebbe parlare di asservimento.

Non c’è da stupirsi se poi ci ritroviamo con una classe giornalistica italiana ‘ufficiale’ con i connotati di una casta di individui pigri, arroganti e superficiali e inoltre intoccabili, perché tutelati da una delle istituzioni corporative più agguerrite in Italia – l’ordine dei giornalisti – e da un sindacato durissimo. Toccarli  è come toccare i preti: si viene accusati istantaneamente di fare “attentato” alla libertà di stampa, o al pluralismo dell’informazione.

Le aziende d’altronde hanno scarso interesse a fare lavorare sul serio i propri scrivani: da un lato rischiano solo di scontrarsi con le istituzioni corporative, senza raggiungere l’obiettivo di liberarsi dei fannulloni. Dall’altro, sono comunque al riparo dai rigori concorrenziali del mercato: perché mai crearsi delle noie coi cdr o le teste calde di redazione, quando dopotutto, non è così urgente ridurre le perdite?

I giornali, in ogni caso, qualche notizia la devono pur dare, che i dipendenti, impigriti per le ragioni di cui sopra, sempre meno sono in grado di trovare. Ecco allora che entrano in scena i precari: legioni di giovani volenterosi e di belle speranze, disposti anche a lavorare gratis o quasi pur di vedere la loro firma su questo o quel grande giornale. Per molti editori il precariato è così una risorsa produttiva importante, per far fronte alle enormi inefficienze interne connesse al mantenimento di uno status quo dettato da interessi corporativi.

Per chi invece non riceve sussidi o non ha soci disposti a ripianare per interesse politico – come molte nuove testate, potenzialmente più dinamiche e di qualità – assumere giornalisti è quasi impossibile, per via dei costi legali del lavoro. Molte aziende sarebbero disposte ad assumere giovani giornalisti a condizioni economiche dignitose (se pur al disotto del ‘minimo tabellare’ di 2mila euro mensili) che molti giovani sarebbero entusiasti di accettare, ma questo non è possibile, perché “il contratto nazionale non si tocca”, e toccarlo significherebbe “darla vinta ai padroni”. Avvalersi di freelance, precari, gratuitamente o a cifre irrisorie è per queste realtà l’unica alternativa alla chiusura.

Il giornalismo italiano è una grande rendita. Aziende bollite, incapaci di sostenersi grazie ai prodotti che realizzano, tenute in vita con i soldi pubblici o parapubblici di privati portatori di interesse, mantengono giornalisti spesso incapaci assunti per raccomandazione ai costi fuori mercato imposti dal contratto.

Si crea un circolo vizioso: l’informazione corporativa e di scarsa qualità deprime ancora di più il valore economico dei contenuti, rendendo l’intero settore editoriale ancor più fallimentare. I lettori non sono stupidi, e “won’t buy the bullshit” dei media italiani, ai quali non resta così, per pagare i propri scribacchini, che cercarsi un finanziatore politico o parapolitico.

Questa rendita corporativa, di cui beneficiano editori, giornalisti, istituzioni inutili e autoreferenziali come l’odg, impedisce il rinnovamento. I precari sottopagati non sono schiavi ma aspiranti professionisti a cui le opportunità di emergere sono negate da barriere corporative, e che purtuttavia ‘resistono’ autofinanziandosi e lavorando per cifre irrisolrie. La liberalizzazione del lavoro giornalistico, la possibilità per le aziende di riorganizzarsi internamente e licenziare chi non lavora, l’abolizione dell’ordine, il taglio di ogni sussidio, sarebbero le misure necessarie per avviare un effettivo rinnovamento e risanamento del settore.

E non preoccupatevi, le aziende o falliranno o troveranno da sé il modo per innovare senza aiuto, perché sarà nel loro interesse e non avranno altra scelta. Tuttavia, la corporazione fa di tutto perché evitare che questo accada: significherebbe andare tutti a casa, e liberare il campo all’innovazione sana. Meglio rimanere una casta fallimentare e mantenuta, e mascherare la propria rendita corporativa, per darle una parvenza di rispettabilità, con ipocrite lamentele con i propri signori e mecenati dello schiavismo di  padroni inesistenti.

@straborghese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appunti borghesi per una sinistra genuina

C’è una cosa che non si comprende di chi crede in ideali ‘di sinistra’: perché li predichi solo un pochino, abbozzando, senza mai sposarne fino in fondo le conseguenze logiche. E’ forse una questione di timidezza?

Prendiamo la visione dell’economia. Le attività economiche, in una prospettiva di sinistra, non servono per soddisfare bisogni, ma per creare lavoro, e assegnare a ciascuno il ‘giusto ruolo’ nella società.

Le risorse, nella prospettiva di sinistra sono fisse. La ricchezza non si crea, al massimo la si può redistribuire. E dunque occorre espropriare gli individui della facoltà di decidere quali siano i loro desideri, e assegnare alle istituzioni politiche la funzione di decidere per legge quali siano i bisogni personali legittimi, e conseguentemente attuare politiche finalizzate a ripartire le risorse disponibili in modo equo.

Ogni iniziativa privata, da questo punto di vista, rappresenta un atto di eversione e minaccia alla giustizia sociale, e come tale, dovrebbe essere contrastata e repressa con determinazione. Eppure gli esponenti del mondo di sinistra non lo fanno. Ad esempio, c’è la sinistra italiana: gli esponenti più autorevoli, come Nichi Vendola, Stefano Fassina, Corradino Mineo, Stefano Rodotà, Maurizio Landini, ed altri, sono concordi nel denunciare le malefatte delle ideologie ‘neoliberiste’, imputate di aver condotto all’aumento delle diseguaglianze e aver causato quasi ogni forma di ingiustizia, guerra, o abuso.

Però i loro programmi politici non sembrano contemplare misure radicalmente alternative al capitalismo. Per esempio: – l’abolizione della proprietà privata, delle imprese e del mercato: se queste cose fanno tanti danni, perché non sopprimerle? Perché affaticarsi tanto a tentare solo di ‘controllarle’ o ‘imbrigliarle’?

– l’assegnazione allo Stato di tutte le iniziative produttive, da svolgere secondo principi etici, di equità sociale e di sostenibilità ambientale. Se il sistema di mercato crea solo diseguaglianze e cattiva distribuzione, e lo stato è molto più efficiente nel raggiungere questi obiettivi, perché non assegnare a quest’ultimo le iniziative economiche.

– la creazione di posti di lavoro per legge. Non c’è lavoro? Basta inventarselo, e via con le assunzioni. Il reddito generato creerà la domanda.

Sarebbe un ritorno all’Unione Sovietica, ma almeno sarebbe un onesto e esplicito programma politico ‘di sinistra’. E tuttavia, a sinistra di queste cose nessuno osa parlare apertamente. Si assiste a estenuanti dibattiti identitari, su come ‘rilanciare la sinistra’, sull’esegesi della ‘autentica superiorità morale della sinistra’, sul come porre di nuovo al centro il lavoro, l’equità sociale, ma sembra quasi che si faccia di tutto pur di evitare di proporre apertamente queste idee.

Si tratta forse di timidezza? Di paura di mostrarsi veramente per quel che si è? In tal caso, da borghesi, invitiamo ogni autentico uomo di sinistra a farsi avanti senza paura. Da noi non avranno nulla da temere: saremo forse condannati marxianamente a sfruttare gli altri nostro malgrado, ma teniamo prima di tutto alla libertà, anche di chi ci disprezza.

Potremmo però aver capito male noi: la sinistra non vuole attuare tali radicali misure, perché riconosce che cose come le imprese, il mercato, la proprietà privata, sono tutto sommato indispensabili, per non piombare in una condizione di miseria e terrore totalitario. Semplicemente, mira a condurre delle sacrosante battaglie per migliorare le condizioni dei più deboli. Ma in tal caso, saremmo loro grati di smetterla di delegittimare e offendere noi borghesi e i nostri valori (il liberismo, il capitalismo ecc.), anche se comprendiamo possa essere utile a qualcuno per mantenere la propria posizione politica. @straborghese