Il ricatto del business dei migranti e la tribù dei like

A seguito delle dichiarazioni del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro su presunti contatti tra Ong e trafficanti di migranti, si è creato in Italia un dibattito furibondo – a tutti i livelli, dalla politica ai bar ai social – tra difensori e accusatori di queste organizzazioni (o del procuratore). E’ un dibattito surreale – che meriterebbe un’analisi psicologica, ad esempio sugli effetti che la ricerca di consenso sui social genera anche su menti raziocinanti – che mescola a casaccio aspetti e piani politici, giuridici, etici tra loro diversi.

In primo luogo, è opportuno notare che sia le opinioni di chi accusa, sia quelle di chi difende le Ong, sono prive di fondamento. Entrambe si basano su affermazioni vaghe, non circostanziate da alcuna prova, ripetute dal procuratore Zuccaro pubblicamente davanti ad alcuni organi di stampa e in Parlamento. Accuse insensate anche per il fatto che non è stata avanzata alcuna ipotesi di reato. Quindi di cosa stiamo parlando? Tuttavia, per contro, svolgendo un’attività così delicata potrebbe darsi – in via del tutto teorica – che qualcuna commetta illeciti, magari attivamente lucrando, in qualche modo, sul business delle tratte. Ma qui vale il principio di presunzione di innocenza: finché non emergeranno prove consistenti, le accuse sulle Ong sono fumo negli occhi, così come lo ha difendere il loro lavoro dalle stesse (poi magari, verranno prove inconfutabili su reati effettivamente commessi). In sintesi: sono attività queste – accusa e difesa – che andrebbero lasciate a chi se ne occupa per professione nelle sedi istituzionali: procuratori d’accusa, avvocati della difesa, magistrati giudicanti. Un osservatore esterno al momento può al massimo apprezzare le Ong per il lavoro ammirevole di salvataggio di vite umane che svolgono, adempiendo agli obblighi delle norme sul soccorso in mare.
Di certo, da questa vicenda, emerge la scarsa professionalità di un procuratore che, diffondendo a casaccio insinuazioni in sedi inappropriate, quali che siano le sue intenzioni, scredita, una volta di più, l’intero sistema giudiziario, che dovrebbe limitarsi a trovare prove di reati e applicare la legge, di conseguenza, nelle aule di tribunale. Anche sui migranti scontiamo l’atmosfera complottista-giustizialista, che in 20 anni di inchieste mediatiche, carriere giornalistiche e politiche, ha fatto a pezzi lo stato di diritto e tolto ogni credibilità alla magistratura.
Per contro, l’ondata di entusiasmo accorato e patetico per le attività di organizzazioni impegnate nei soccorsi in mare – da parte di gente, magari, che non ha mai visto il mare se non da un ombrellone, e non ha idea di cosa stia succedendo nelle acque vicine alla Libia, eppure pretende di sentenziare su operazioni umanitarie e politiche delicate – rischia di far perdere di vista problemi non di natura giuridica e morale (come appunto il salvataggio in mare), ma il nocciolo politico della questione.
Il problema è il seguente: il business della tratta dei migranti in mare, si fonda su un ricatto politico che suona più o meno così: io li porto qui, dopodiché o li salvate o moriranno affogati. Lo ha chiarito molto bene la portavoce di Frontex, Izabella Cooper, in un intervista a Repubblica: “Noi non abbiamo mai accusato le Ong di collusione anche perché non abbiamo il mandato per svolgere indagini sul territorio. A quanto ne sappiamo i trafficanti sfruttano la situazione: sanno che abbiamo l’obbligo internazionale di salvare i migranti in mare e ne approfittano”.
L’arrivo di centinaia di migliaia di migranti nel nostro Paese e in Europa ogni anno è un problema politico, che viene (non) gestito a causa di questo ricatto. Sarebbe opportuno che in Italia e in Europa, invece che accapigliarsi sulle dichiarazioni fumose e pretestuose di un oscuro funzionario della magistratura in cerca di visibilità, si svolgesse un dibattito sereno, nelle sedi dove si dovrebbero prendere decisioni politiche, su come
rompere questo ricatto.
In un Paese dove la politica ha ancora un ruolo decisionale ed è legittimata ad agire, verosimilmente si prenderebbe in considerazione una gamma di opzioni e strategie possibili cercando la più efficace: dalla più morbida cooperazione diplomatica e di polizia per stroncare le tratte con i paesi locali, fino a ipotesi più drastiche come interventi militari volti a controllare le coste da dove partono i viaggi, o a programmi per ricondurre i migranti sulle spiagge di partenza dopo averli tratti in salvo. Sarebbero interventi giusti, o sbagliati? Sarebbe la guerra? Forse o forse no: ma sarebbero senz’altro ipotesi meritorie di essere discusse apertamente e sottoposte al giudizio dell’opinione pubblica. In ogni caso, una volta trovata la soluzione per rompere il ricatto a cui si è sottoposti, si potrebbe iniziare a discutere più serenamente se sia opportuno o no accogliere centinaia di migliaia di persone all’anno.
Tuttavia ormai, nell’era delle tribù dei like, non ha più alcuna rilevanza la discussione pratica (costi, opportunità ecc.) su soluzioni di merito le quali, in ogni caso,  verrebbero bollate come ‘populiste’,  ‘buoniste’, ‘sovraniste’ o ‘globaliste’ dalle diverse fazioni in campo. @straborghese

Governo, Di Maio al Quirinale per il giuramento. Al via l’esecutivo a 5 stelle

“Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. È quanto ha dichiarato, secondo la formula di rito del giuramento del presidente del Consiglio dei ministri, il nuovo premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio durante la cerimonia di incarico del nuovo governo al Quirinale. Con l’insediamento del primo esecutivo targato Movimento 5 Stelle della storia repubblicana entra dunque nel vivo lla 18° legislatura, che ha visto trionfare il movimento di Beppe Grillo alle elezioni, ottenendo l’80% dei voti.

La squadra di governo prevede alcuni nuovi dicasteri inventati dai 5 stelle, che sostituiranno i ministeri tradizionali. Tra questi: il ministero dell’Internazionale dei cittadini onesti sostituirà quello degli Esteri che sarà affidato ad Alessandro Di Battista, il ministero dei Complotti internazionali, affidato a Paolo Bernini (il primo a svelare il complotto dei microchip sottopelle in America), sostituirà quello della Difesa. Il ministero della Decrescita e della deindustrializzazione sarà guidato da Federica Daga e sostituirà quello dello Sviluppo economico, il ministero della Medicina naturale e della lotta alle multinazionali farmaceutiche (con un apposito sottosegretario all’abolizione dei vaccini), affidato alla senatrice Elena Fattori, sostituirà quello della Salute. Il ministero dell’Economia sarà sostituito da quello della Sovranità monetaria, di cui sarà titolare Carlo Sibilia.

E ancora: il ministro dell’Onestà (si pensa a una figura esterna di alto profilo: Marco Travaglio, o Antonio Ingroia) sostituirà quello della giustizia con l’obiettivo di portare avanti una radicale riforma secondo le seguenti linee guida: unificazione delle carriere dei magistrati sotto la procura che assumerà anche funzione giudicante, introduzione dell’intercettazione permanente di tutti i cittadini, in base al principio giuridico costituzionale (da introdurre con riforma apposita) secondo cui “chi non ha niente da nascondere non ha niente da temere”, e l’istituzione del principio di presunzione di colpevolezza, a garanzia dei cittadini onesti contro gli accusati; il ministero dell’Interno verrà sostituito dal ministero per la Tutela della democrazia liquida, che monitorerà che tutti i comportamenti dei cittadini siano conformi ai principi etici del MoVimento e sarà affidato allo stesso Davide Casaleggio. Il ministero per le Politiche Agricole verrà sostituito da quello dell’Agricoltura biodinamica e dell’alimentazione vegana, che potrebbe essere affidato a Red Ronnie.

La Casaleggio & Co. ha fatto firmare a tutti i membri del nuovo esecutivo un contratto di dimissioni in bianco, qualora non dovessero attenersi alle indicazioni del blog di Beppe Grillo, e in cui si impegnano a votare una riforma costituzionale per cui saranno eleggibili in Parlamento e ad ogni carica pubblica solo i cittadini iscritti al MoVimento e autorizzati dal ministero per la tutela della democrazia liquida. I cittadini non iscritti al MoVimento, secondo la nuova Riforma, saranno considerati nemici della Società Civile e iscritti ad appositi programmi di rieducazione costituzionale, da svolgersi nelle isole di Pianosa, Gorgona, e Stromboli.

@straborghese

Giornalismo, la schiavitù della corporazione

C’è davvero un motivo per parlare di ‘schiavitù dei giornalisti’, come fa il presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Iacopino? La risposta è no. Descrivere la situazione di molti giovani precari italiani in termini di ‘sfruttamento da parte dei padroni’, è d’altronde facile propaganda a buon mercato per un’istituzione – l’ordine dei giornalisti – che in realtà concorre a generare il precariato italiano, proteggendo uno status quo corporativo in cui editori, sindacati, e gli stessi giornalisti non precari sono solidali nel mantenere i loro privilegi. Questo status quo è economicamente insostenibile, altamente inefficiente e dannoso per la qualità dell’informazione. Soprattutto, ostacola l’affermazione di nuove realtà e la creazione di nuove opportunità di lavoro, condannando i giovani giornalisti alla condizione del precariato sottopagato.

Capire le ragioni del ‘precariato da schiavi’ in Italia è semplice. Bisogna partire dai conti del ragioniere: il rapporto tra costi di produzione di un qualsiasi contenuto giornalistico e i ricavi che esso può generare è insostenibile,  a spanne qualcosa come 10 a 5 se va bene.

E’ uno squilibrio che interessa l’attività giornalistica in tutto il mondo, per via di internet. Ma laddove in altri Paesi – nel mondo anglosassone, ma anche in Germania o in Francia – l’editoria ha iniziato ad adattarsi al nuovo contesto – vecchie imprese e modelli editoriali spariscono, e vengono sostituiti da nuove realtà capaci di produrre ricavi a costi sostenibili, in Italia ciò non avviene, salvo casi sporadici. A impedirlo due fattori: la natura politica e parapolitica dell’editoria italiana da un lato, il carattere sindacale-corporativo e autoreferenziale della categoria dei giornalisti dall’altro.

I costi dell’attività giornalistica ‘legale’ in Italia sono insostenibili. E’ il segreto di Pulcinella: il contratto di assunzione prevede costi minimi lato azienda di 4mila euro al mese, che gli scatti di anzianità portano dopo pochi mesi a lievitare sopra i 5mila euro al mese. Posto che i ricavi, come detto, sono bassissimi, per la maggior parte delle aziende editoriali spese simili significano una cosa sola: portare i libri in tribunale.

I media più grandi – i grandi giornali, le grandi agenzie di stampa – riescono a mantenere strutture redazionali dai costi insostenibili perché sono sussidiati, in senso lato, o da privati, in genere grandi portatori di interesse privati, disposti a farsi carico delle perdite (anche se con sempre maggior insofferenza) data l’influenza politica delle testate, o dal governo, in varie forme dirette o indirette.

Ma i sussidi, si sa – pubblici o privati che siano – sono incentivi sbagliati che fanno degradare l’efficienza di una qualsiasi attività produttiva. Nel caso dei media, essi distolgono i giornalisti e le aziende editoriali dall’obiettivo di realizzare prodotti giornalistici capaci di intercettare una domanda effettiva – e dunque fare buona informazione – e li incentivano invece a diventare ottimi scrivani dediti a promuovere le cause del padrone o del politico di turno al governo. Più che di schiavitù, Iacopino, bisognerebbe parlare di asservimento.

Non c’è da stupirsi se poi ci ritroviamo con una classe giornalistica italiana ‘ufficiale’ con i connotati di una casta di individui pigri, arroganti e superficiali e inoltre intoccabili, perché tutelati da una delle istituzioni corporative più agguerrite in Italia – l’ordine dei giornalisti – e da un sindacato durissimo. Toccarli  è come toccare i preti: si viene accusati istantaneamente di fare “attentato” alla libertà di stampa, o al pluralismo dell’informazione.

Le aziende d’altronde hanno scarso interesse a fare lavorare sul serio i propri scrivani: da un lato rischiano solo di scontrarsi con le istituzioni corporative, senza raggiungere l’obiettivo di liberarsi dei fannulloni. Dall’altro, sono comunque al riparo dai rigori concorrenziali del mercato: perché mai crearsi delle noie coi cdr o le teste calde di redazione, quando dopotutto, non è così urgente ridurre le perdite?

I giornali, in ogni caso, qualche notizia la devono pur dare, che i dipendenti, impigriti per le ragioni di cui sopra, sempre meno sono in grado di trovare. Ecco allora che entrano in scena i precari: legioni di giovani volenterosi e di belle speranze, disposti anche a lavorare gratis o quasi pur di vedere la loro firma su questo o quel grande giornale. Per molti editori il precariato è così una risorsa produttiva importante, per far fronte alle enormi inefficienze interne connesse al mantenimento di uno status quo dettato da interessi corporativi.

Per chi invece non riceve sussidi o non ha soci disposti a ripianare per interesse politico – come molte nuove testate, potenzialmente più dinamiche e di qualità – assumere giornalisti è quasi impossibile, per via dei costi legali del lavoro. Molte aziende sarebbero disposte ad assumere giovani giornalisti a condizioni economiche dignitose (se pur al disotto del ‘minimo tabellare’ di 2mila euro mensili) che molti giovani sarebbero entusiasti di accettare, ma questo non è possibile, perché “il contratto nazionale non si tocca”, e toccarlo significherebbe “darla vinta ai padroni”. Avvalersi di freelance, precari, gratuitamente o a cifre irrisorie è per queste realtà l’unica alternativa alla chiusura.

Il giornalismo italiano è una grande rendita. Aziende bollite, incapaci di sostenersi grazie ai prodotti che realizzano, tenute in vita con i soldi pubblici o parapubblici di privati portatori di interesse, mantengono giornalisti spesso incapaci assunti per raccomandazione ai costi fuori mercato imposti dal contratto.

Si crea un circolo vizioso: l’informazione corporativa e di scarsa qualità deprime ancora di più il valore economico dei contenuti, rendendo l’intero settore editoriale ancor più fallimentare. I lettori non sono stupidi, e “won’t buy the bullshit” dei media italiani, ai quali non resta così, per pagare i propri scribacchini, che cercarsi un finanziatore politico o parapolitico.

Questa rendita corporativa, di cui beneficiano editori, giornalisti, istituzioni inutili e autoreferenziali come l’odg, impedisce il rinnovamento. I precari sottopagati non sono schiavi ma aspiranti professionisti a cui le opportunità di emergere sono negate da barriere corporative, e che purtuttavia ‘resistono’ autofinanziandosi e lavorando per cifre irrisolrie. La liberalizzazione del lavoro giornalistico, la possibilità per le aziende di riorganizzarsi internamente e licenziare chi non lavora, l’abolizione dell’ordine, il taglio di ogni sussidio, sarebbero le misure necessarie per avviare un effettivo rinnovamento e risanamento del settore.

E non preoccupatevi, le aziende o falliranno o troveranno da sé il modo per innovare senza aiuto, perché sarà nel loro interesse e non avranno altra scelta. Tuttavia, la corporazione fa di tutto perché evitare che questo accada: significherebbe andare tutti a casa, e liberare il campo all’innovazione sana. Meglio rimanere una casta fallimentare e mantenuta, e mascherare la propria rendita corporativa, per darle una parvenza di rispettabilità, con ipocrite lamentele con i propri signori e mecenati dello schiavismo di  padroni inesistenti.

@straborghese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Appunti borghesi per una sinistra genuina

C’è una cosa che non si comprende di chi crede in ideali ‘di sinistra’: perché li predichi solo un pochino, abbozzando, senza mai sposarne fino in fondo le conseguenze logiche. E’ forse una questione di timidezza?

Prendiamo la visione dell’economia. Le attività economiche, in una prospettiva di sinistra, non servono per soddisfare bisogni, ma per creare lavoro, e assegnare a ciascuno il ‘giusto ruolo’ nella società.

Le risorse, nella prospettiva di sinistra sono fisse. La ricchezza non si crea, al massimo la si può redistribuire. E dunque occorre espropriare gli individui della facoltà di decidere quali siano i loro desideri, e assegnare alle istituzioni politiche la funzione di decidere per legge quali siano i bisogni personali legittimi, e conseguentemente attuare politiche finalizzate a ripartire le risorse disponibili in modo equo.

Ogni iniziativa privata, da questo punto di vista, rappresenta un atto di eversione e minaccia alla giustizia sociale, e come tale, dovrebbe essere contrastata e repressa con determinazione. Eppure gli esponenti del mondo di sinistra non lo fanno. Ad esempio, c’è la sinistra italiana: gli esponenti più autorevoli, come Nichi Vendola, Stefano Fassina, Corradino Mineo, Stefano Rodotà, Maurizio Landini, ed altri, sono concordi nel denunciare le malefatte delle ideologie ‘neoliberiste’, imputate di aver condotto all’aumento delle diseguaglianze e aver causato quasi ogni forma di ingiustizia, guerra, o abuso.

Però i loro programmi politici non sembrano contemplare misure radicalmente alternative al capitalismo. Per esempio: – l’abolizione della proprietà privata, delle imprese e del mercato: se queste cose fanno tanti danni, perché non sopprimerle? Perché affaticarsi tanto a tentare solo di ‘controllarle’ o ‘imbrigliarle’?

– l’assegnazione allo Stato di tutte le iniziative produttive, da svolgere secondo principi etici, di equità sociale e di sostenibilità ambientale. Se il sistema di mercato crea solo diseguaglianze e cattiva distribuzione, e lo stato è molto più efficiente nel raggiungere questi obiettivi, perché non assegnare a quest’ultimo le iniziative economiche.

– la creazione di posti di lavoro per legge. Non c’è lavoro? Basta inventarselo, e via con le assunzioni. Il reddito generato creerà la domanda.

Sarebbe un ritorno all’Unione Sovietica, ma almeno sarebbe un onesto e esplicito programma politico ‘di sinistra’. E tuttavia, a sinistra di queste cose nessuno osa parlare apertamente. Si assiste a estenuanti dibattiti identitari, su come ‘rilanciare la sinistra’, sull’esegesi della ‘autentica superiorità morale della sinistra’, sul come porre di nuovo al centro il lavoro, l’equità sociale, ma sembra quasi che si faccia di tutto pur di evitare di proporre apertamente queste idee.

Si tratta forse di timidezza? Di paura di mostrarsi veramente per quel che si è? In tal caso, da borghesi, invitiamo ogni autentico uomo di sinistra a farsi avanti senza paura. Da noi non avranno nulla da temere: saremo forse condannati marxianamente a sfruttare gli altri nostro malgrado, ma teniamo prima di tutto alla libertà, anche di chi ci disprezza.

Potremmo però aver capito male noi: la sinistra non vuole attuare tali radicali misure, perché riconosce che cose come le imprese, il mercato, la proprietà privata, sono tutto sommato indispensabili, per non piombare in una condizione di miseria e terrore totalitario. Semplicemente, mira a condurre delle sacrosante battaglie per migliorare le condizioni dei più deboli. Ma in tal caso, saremmo loro grati di smetterla di delegittimare e offendere noi borghesi e i nostri valori (il liberismo, il capitalismo ecc.), anche se comprendiamo possa essere utile a qualcuno per mantenere la propria posizione politica. @straborghese